Sono cresciuta in una famiglia come tante altre
Venuta al mondo 22 anni fa, seconda figlia di un matrimonio finito prima di
iniziare
Educata con ferrea disciplina, il valore princeps
che mi è stato passato è quello del DOVERE. Sin da piccolissima
mi è stato insegnato a lavorare sempre e comunque, sodo, incessantemente,
a sfruttare ogni risorsa ed ogni energia per produrre, per essere sempre la
migliore, la numero uno, la prima della classe
Coerentemente a questinsegnamento, a 5 anni sono andata in prima elementare...
E lingresso a scuola ha sancito, senza che nessuno se ne accorgesse, il
mio ingresso nel tunnel dei disordini alimentari.
Scuola è sempre stato sinonimo di sfida, di impegno ferreo,
superamento dei propri limiti, della sopportazione, e del senso di colpa
per ogni traguardo non raggiunto. Iniziato il cammino scolastico, è finito
per me il tempo dei giochi, delle vacanze, della TV, dei cartoni animati
Per il mio 5 compleanno, nessuna bambola, nessun giocattolo
I miei primi
libri
3 libri interattivi con le fiabe, da riassumere per iscritto con
le scadenze fissate
Fin da 5 anni mi sono state imposte delle date entro
cui consegnare i compiti, da brava, diligente, ineccepibile bambina modello
La scuola, i compiti extra assegnati da mio padre persino in estate
In
pochi anni tutto questo è divenuto il mio calvario. Calvario che si è
dipanato attraverso gli anni delle liti familiari, attraverso lo spettro della
separazione dei miei, giunta finalmente come una liberazione appena due anni
fa, dopo 18 anni di sofferenza.
Ancora bambina il mio rapporto con mia madre subì una paralizzante inversione
di ruolo, e senza aver il tempo di pensarci, mi trovai catapultata nel ruolo
di mamma di mia madre.
Mamma di una mamma che la notte veniva a rifugiarsi a piangere tra le mie braccia;
mamma che di lì a poco iniziò ad imbottirsi di farmaci, senza
nessun controllo medico, senza alcun criterio di dosaggi
Quando mio padre
scoprì mia madre svuotare il contenuto di una intero flacone di Lexotan
in due dita dacqua, ero presente anchio. Lei continuava a ripetere
meccanicamente quel gesto, agitando il flacone per far scendere le gocce più
velocemente, senza contarle, spersonalizzata, in lacrime. Lui le si avventò
contro, le strappò tutto dalle mani, lanciandolo per terra. Poi si voltò
verso di me, e mi consegnò ufficialmente il compito di gestire
quei farmaci. Non ci pensò su due volte : io ero grande abbastanza da
capire quando era veramente indispensabile lasciarle prendere quelle gocce,
e quando invece potevo sfidare il suo bisogno di calmanti. Peccato
avessi appena 12 anni ! Da quel momento il mio rapporto con mia madre divenne
ambiguo, conflittuale, a tratti fatto damore, a tratti dostilità.
Io non ero più la figlia, né la mamma : ero laguzzino che
decideva del suo benessere.
Il naso fuori di casa.
A 14 anni la mia prima storia damore
Ero una bambina. La bambina
in me urlava perché qualcuno le lasciasse lo spazio di vivere, ingenuamente,
come una bambina, malgrado a quella bambina fosse stato insegnato da molti anni
ormai ad essere adulta, forte, matura, basata
La bambina si dimenava, eppure a 14 anni trovò al suo fianco un ragazzo
molto più grande, immerso ormai nella vita adulta. E la bambina vestita
da adulta, si tuffò ciecamente dentro lennesimo mondo adulto, lasciandosi
alle spalle la vita da teen ager, i coetanei, i cartoni animati, la dorata ingenuità
che ancora a quelletà ci si può concedere. Una storia damore
durata per tutta la mia adolescenza, sino ai 18 anni. Dibattendomi tra la mia
voglia di essere bambina, ed il bisogno di essere grande per non deludere tutti
quelli che da me si aspettavano la forza di unadulta.
Strano controsenso; eppure forse da quella storia, da quel ragazzo 5 anni più
grande di me, non cercavo altro che il contenimento e la protezione per poter
vivere la mia età. Impossibile.
Così a metà della storia, compresi di essere ad un bivio : 16
anni , non più piccola abbastanza da tornare sui miei passi, non ancora
grande abbastanza per affrontarmi da sola.
Strada senza uscita. Vicolo cieco.
Nulla era sotto il mio controllo, malgrado il mio bisogno di essere autonoma,
e al tempo stesso protetta alle spalle da una persona forte, grande, adulta,
che mi accompagnasse sul mio sentiero, incoraggiandomi a scoprire chi fossi
veramente. Incoraggiandomi a far vivere la bambina soffocata e vestita da adulta
sin dallinfanzia. Cercavo me stessa, e trovavo solo lombra un po
goffa di una bambina che ha indosso le scarpe con i tacchi della mamma e continua
ad inciampare di qui e di lì
Cercando, cercando
.
Cercavo me stessa attraverso i miei coetanei, cercavo me stessa attraverso le
persone che amavo, attraverso la guida delle persone più forti a cui
chiedevo protezione, e che a loro volta invece continuavano ad aspettarsi da
me un comportamento adulto e ormai consolidato.
A 16 anni ho iniziato a controllare la sola cosa che fosse rimasta tra le mie
mani : il cibo.
A 16 anni ho iniziato con i digiuni.
Allinizio è iniziata semplicemente come una breve dieta dimagrante
Alta 1,58 pesavo 55 kg, e mi sembravano davvero troppi. Allinizio volevo
solo (almeno ufficialmente) mandar giù 3-4 kg
Ma portavo dentro la precisa volontà di esercitare un controllo su qualcosa,
di tornare bambina, di diventare trasparente, sparire dalla vista di chi continuava
ad impormi di essere forte e matura.
Volevo essere sempre più impalpabile, trasparente fino a non farmi trovare
più.
E cercando, cercando
Ho iniziato a mangiare sempre meno, a sfidare la
bilancia, il peso che diminuiva, il corpo che si indeboliva, i collassi che
iniziavano a susseguirsi sempre più rapidamente e frequentemente, gli
abiti che mi stavano sempre più grandi, il polso su cui lorologio
stava sempre più largo
Tutto quanto
Tutto divenne una sfida,
un duello serrato tra me e lalimentazione. Pasti consumati sempre più
lentamente, pacchetti di crackers sminuzzati in briciole tanto piccole che si
irritavano i polpastrelli, consumati in tempi record come 2 ore ! 2 ore per
un pacchetto di crackers
. Pensa a quanto durasse un intero pranzo
Così, presto iniziai ad isolarmi, a fingere malesseri per non sedermi
a tavola e saltare i pasti, a nascondere pezzi interi del pranzo per gettarli
via al momento opportuno
E quando ero costretta a mangiare, stavo male,
mi sentivo in colpa per non aver mantenuto fede a quel patto silente
fatto con la mia bilancia
Ancora una volta in colpa per non essere stata
allaltezza degli standard che stavolta mi ero imposta da sola. Ma come
vedi, alla base cera sempre un senso di colpa, di inadeguatezza,
di debolezza. Risolsi la questione iniziando a compensare quando
per qualche ragione ero costretta a mangiare. Compensavo vomitando, o con digiuni
spropositatamente prolungati in seguito per recuperare la mangiata
del pranzo incriminato.
In sei mesi il mio peso scese drasticamente a 44 kg, poi a 42, infine a 40.
Insieme alla perdita di peso, ebbe inizio il declino del mio organismo, perdevo
i capelli, svenivo sempre più spesso, le mestruazioni divennero irregolari.
Sentivo che qualcosa non andava bene, e ne ero inspiegabilmente soddisfatta.
Non volevo star bene, volevo andar via pezzo per pezzo, volevo vedere il mio
corpo sparire lentamente ma progressivamente, incessantemente. Volevo assolutamente
andar via con il mio peso, selvaggiamente accanita nel mio proposito, assalita
dal senso di colpa tutte le volte che mangiavo qualcosa, assalita dal
senso di colpa tutte le volte che incontravo lo sguardo preoccupato di
mio padre, che iniziava a rendersi conto di quello che mi accadeva. Ed ogni
senso di colpa che sbocciava in me, era un digiuno in più.
Il terrore.
Lentamente iniziò anche il terrore. Il terrore per lo specchio, che mi
rimandava unimmagine sempre più deforme ed insoddisfacente. Immagine
deforme per leccessiva magrezza forse
O semplicemente perché
distorta dai miei occhi.
Divenne in breve terrificante star davanti allo specchio anche solo per truccarsi.
Il primo giorno di terrore, lo ricordo come se fosse oggi
Provavo degli
abiti, davanti lo specchio
Ebbi come la sensazione di vedere delle parti
del mio corpo allargarsi e poi restringersi
Avveniva a vista docchio,
le cosce mi sembravano dilatate e il busto ristretto.. I mutamenti erano dinamici,
li vedevo avvenire sul mio corpo e non riuscivo ad intervenire per bloccare
quel processo terrificante.
Mi convinsi ancor di più di dover dimagrire ulteriormente. La cosa si
ripeteva sempre più spesso. Sentivo gli occhi degli altri perennemente
rivolti verso di me, perennemente fissi su quelli che a me sembravano degli
insormontabili difetti fisici, e avevo come la sensazione che anche loro provassero
il mio stesso ribrezzo verso il mio corpo.
Lo specchio divenne il mio nemico, la fonte di tremende angosce, di ore di terrore
Finchè decisi di non guardarmici mai più dentro, di non truccarmi,
non pettinarmi, vestirmi senza guardare, trascurarmi per essere più invisibile
che potessi
Il viso sempre nascosto dai capelli e dagli occhiali scuri
anche dinverno
Abiti sempre più ampi, dei veri e propri sacchi
con cui cercavo di camuffare quel corpo diabolico che cambiava a vista docchio.
Solo in seguito scoprii che quello che avevo vissuto, quel terrore, quellallucinazione
angosciante, aveva uin nome specifico
Solo molto più tardi scoprii
che era stata una DISMORFOFOBIA.
E nel frattempo la scuola iniziò a subire i primi colpi
La mia
concentrazione era sempre minore, il rendimento calava a vista docchio.
Terzo Liceo Scientifico. Lanno più complicato dellintero
quinquennio. Lanno del passaggio dai quadrimestri ai trimestri, della
riforma scolastica in cui nessuno sapeva bene come muoversi per star dietro
ai tempi più serrati dei trimestri
E lex prima
della classe portò il primo 5 in pagella
. TRAGEDIA FAMILIARE
!
Da quel giorno segregata in casa, divieto di ricevere telefonate, divieto di
uscire persino al sabato sera
tessera di abbonamento al Teatro strappata
in 16 pezzi che ancora oggi conservo
Perché DOVEVO recuperare i
miei standard, i miei livelli di sempre. Da quel momento, fino alla fine dellanno,
non rimase altro che lo studio e i libri
. Per un 5 in una pagella con
la media del 7,5 !!!
Mi gettai a capofitto nello studio, forse più per lenire i miei sensi
di colpa, che per recuperare quello che avevo perduto
Trovai inoltre la scusa per saltare altri pasti, per gettare nel cestino le
merende che ogni tanto mi portava mia madre, ed attribuire il dimagrimento allo
stress
Estate di quellanno.. Promossa a giugno con la media dell8
E
con quel 5 trasformato in 7
Estate di quellanno
Non so perché, ingrassai di diversi chili
Alla fine dellestate ero vicina ai 50 kg
E mi sentivo maledettamente
in colpa
Inizio del 4 anno di Liceo.. Ripresa della mia ferrea dieta, dellautodisciplina
alimentare, delle restrizioni e delle saltuarie vomitate quando la situazione
lo imponeva
Stavolta il dimagrimento fu persino più rapido e dannoso.
Di nuovo 42 kg nel giro di 3 mesi
Iniziarono i collassi.. Quelli seri,
preoccupanti, pericolosi.. I collassi in autobus, a scuola, per strada.
Un pomeriggio mio padre entrò in camera mia sbattendo la porta ed urlandomi in faccia Adesso basta, non ce la faccio più a vederti così ! Ma dove vuoi arrivare ?
La terapia e i SENSI DI COLPA.
Meno di una settimana da quel lungo pomeriggio a parlare con mio padre, tra
lacrime e singhiozzi
e ci ritrovammo tutti catapultati da una psicologa.
Famiglia rimessa in discussione, ruoli stravolti, abitudini cancellate
Si, la terapia sistemico relazionale ha del geniale secondo me
Ma non
per la famiglia
.
Per noi ha significato covare sensi di colpa, colpevolizzazioni e rancori
sopiti
Ho fatto quellanno di terapia portandomi sempre dietro il
peso che tutto quello stravolgimento fosse dipeso da me. Iniziai a desiderare
di riguadagnare peso in fretta per porre fine a quello strazio settimanale il
prima possibile. Iniziai a seguire la mia prima dieta ingrassante,
e a guadagnare peso rapidamente. Iniziai a singhiozzare al mattino sulla bilancia,
accanto a mio padre
Era lui a pesarmi, ogni mattina.. E quando dopo appena
4 giorni mi trovai 2 kg in più, scoppiai a piangere, dilaniata dal senso
di colpa.
Senso di colpa per la tristezza che provavo dentro per essere ingrassata.
Dovevo ingrassare ma non volevo
Dovevo volerlo, ma mi rifiutavo di volerlo.
Non riuscivo a gioire come mio padre per il mio peso che risaliva, e mi sentivo
uningrata
Mi ripetevo che infondo ingrassare significava porre
fine alla terapia, liberare la mia famiglia da quello strazio, che DOVEVO farlo
per loro. Avrei anche voluto esserne contenta, infondo lo meritavano. Ma non
ci riuscivo, e mi sentivo in colpa per tutto quellegoismo che ancora
avevo dentro malgrado i loro sacrifici. Alla fine iniziammo a disertare la terapia
che ridusse ad una sterile ed inconcludente terapia di coppia per i miei genitori,
che alla fine
si separarono !
Paura di guarire
Continuai per dei mesi, per due lunghi anni a fare laltalena
A
mantenermi su un filo dequilibrio che non fosse troppo in su
né troppo in giù
Desiderando di guarire e tornare
a vivere spensieratamente, e terrorizzata al tempo stesso dallidea di
abbandonare la coperta calda dellanoressia, che in un certo
senso mi difendeva.
Mi difendeva dai sensi di colpa, dal bisogno di DOVERE. Essere anoressica
infondo significava dimostrare a tutti che io non mi davo tregua, impedir loro
di rimproverarmi un eccesso di indulgenza, bloccare sul nascere ogni tipo di
rimprovero o di pretesa. Significava dare a me stessa la prova concreta della
mia ineccepibilità. Significava essere ferrea, impeccabile, assolutamente
immune da qualsiasi senso di colpa
Lidea di venirne fuori
mi terrorizzava. Venir fuori dallanoressia, smettere di stare male, era
come confessare che mi stavo dando una tregua, ammettere la mia fragilità,
concedermi una piccola pausa, unindulgenza; significava in altre parole
volermi bene.
Ero rinchiusa dentro la torre dellanoressia, e da lì mi proteggevo
dalla mia stessa ferrea autodisciplina.
Compiacevo tutti : studiavo con ottimi risultati, continuavo a stare con lo
stesso ragazzo da 4 anni, senza mai un incidente di percorso, ero una figlia
modello, una fidanzata perfetta, persino una impeccabile nuora
E avevo appena 18 anni
Ed una bambina in corpo che ancora implorava di
vivere, e che io continuavo a soffocare, per rispondere alle aspettative di
chi si aspettava da me il massimo.
Sono rimasta chiusa nella mia torre per tantissimo tempo, proteggendomi attraverso
il digiuno e la debolezza fisica.
Volevo infondo essere solamente amata per quella che ero : per quella bambina
che viveva ancora dentro di me, ma che nessuno aveva voluto mai ascoltare.
Poi un giorno
Non so come, non so perché.. Non so cosa mi sia scattato dentro
Un giorno ho conosciuto un ragazzo.
E il mio cuore è impazzito.
Era troppo forte dentro di me, allora, per potervi resistere. Non sono riuscita
ad oppormi. Ho sentito il richiamo della vita che mi invitava a scendere dalla
torre, ad affrontare di petto la situazione, scappare da tutto quello che mi
incatenava e lanciarmi in volo attraverso la vita, spontaneamente, con immediatezza
Tutto lopposto del bravo ragazzo
Mio coetaneo, scapestrato,
capelli lunghi, barba, chitarrista in un gruppo rock
Uno di quelli che ad un padre vengono i capelli bianchi a vederlo vicino la
propria figlia.
Non so perché.. Mi chiedo ancora il perché
Ma mio padre
lo accettò.
Mi incoraggiò a scendere dalla torre.
Scendevo un gradino e ne risalivo tre
Non potevo, ma volevo. E alla fine,
in quel momento, ho sentito che cera qualcosa per cui valesse veramente
la pena rischiare, avventurarmi nellignoto, con tutto il corpo e tutta
lanima..
Ci ho messo un po a capirlo.
Ma M. mi è rimasto vicino. Ed oggi è ancora il mio ragazzo.
Oggi
Oggi M. è un bravo ragazzo
Ha tagliato i capelli, ha
messo via la scorza del duro, con cui mi ha protetta mentre timidamente scendevo
dalla torre.
Oggi purtroppo M. vive lontano da me, ma è sempre con me. Oggi la mia
vita procede in solitudine, ma con la certezza che, chi mi ha tirata fuori dalla
torre, non ha smesso di essermi vicino, malgrado lindulgenza che sto lentamente
imparando a concedere a me stessa. Che chi ha mi rimesso la vita tra le mani,
non è scappato.
Oggi.. procedo
Zoppico, mi rialzo, torno a camminare, poi magari tinciampo
ancora una volta
Rimango seduta per terra a piangere, ma poi alla fine
mi rialzo sempre
Perché non serve fermarsi. Non ha senso non prendere
la mano che ti sta tendendo qualcuno per tirarti fuori dal pantano.
Domani
Domani
Non so nulla del mio domani, ma ho tanti desideri e tanti progetti
per il mio domani.
Vorrei col tempo di imparare a non sentire la mia vita come un debito
verso M. : ancora oggi mi crea un certo disagio pensare di smettere di considerarmi
in debito con lui.
Domani vorrei alzarmi e scoprire di non sentire più tutto questo come
un debito, bensì come una conquista di entrambi, una mia conquista, un
mio risultato, la mia vita e nullaltro che quello. Domani vorrei essere
io la conquista del mio cammino, libera dal senso del dovere verso qualcuno,
libera di vivere il mio amore incondizionatamente, senza prezzi di ricambio
Domani vorrei che tutte le persone come me, come te, come chiunque abbia sofferto
o soffra di Anoressia Nervosa, potessero imparare ad affrontare la vita sfidandola,
con coraggio, con semplicità. Concedendosi di essere se stessi, con le
debolezze, con gli errori, gli incidenti
Che imparassimo a fermarci un
attimo, un giorno, e dire a noi stessi Questo è mio, e me lo prendo,
tutto per me, senza sensi di colpa
Come se fosse un cono
gelato da gustare, pensando Chi se ne frega se è il terzo di oggi
?
Domani, quando lo specchio ti darà lennesimo dolore, strizzagli
locchio, puniscilo così, dimostragli che la vita può essere
più forte di tutti i sensi di colpa del mondo.
Sii forte e caparbia, insisti perché la tua vita possa battere dentro
il tuo petto, ripeti a te stessa che sei una bella persona, che sei persino
migliore di quanto gli altri non si aspettassero da te. Ripeti a te stessa un
piccolo mantra, un ritornello tutto tuo, che serva solo a ricordarti che esiste
nella vita lAmore, anche e soprattutto verso se stessi.
Che Amare te stessa è il primo dei doveri che hai, il primo dei diritti,
che nessuno potrà mai strapparti, e che tu stessa devi lottare per concedertelo.
Anche se fa male, anche se sembra impossibile, anche se non credi che potrai
mai riuscirci
E se non riesci da sola, allora chiedi aiuto ! Ma non aspettare
che arrivi dal cielo qualcuno a tirarti fuori dalla torre.
Io ho avuto fortuna.
Ma oggi ne porto dietro il segno del debito.
Non fermarti mai, chiedi aiuto, regalati un sorriso, ammetti a te stessa la
tua umanità, senza sensi di colpa
SENZA SENSI DI COLPA
E questo il messaggio che vorrei far passare a chi,
come te, sta leggendo la mia storia.
A volte non ci rendiamo nemmeno conto di quanto forti siano, di come siano loro
a scandire le tappe, a segnare i nostri stati danimo, a condizionare il
benessere con pensieri ed azioni.
A volte è persino più difficile andare a scovare la loro origine.
Capire chi ti abbia insegnato la dinamica della colpa, perché, attraverso
quali sistemi..
Quasi sempre, è nelleducazione ricevuta che bisogna andare a cercare.
Ma ciò che conta, è imparare a darsi tregua
Senza per questo sentirsi colpevoli.
S.C.