Cenni storici
I termini ossessione e compulsione hanno la loro derivazione etimologica dai sostantivi latini obsessio.onis e compulsio.onis, a
loro volta derivanti dai verbi obsido,-ere e compulso,-are i quali definiscono rispettivamente l'assediare, l'occupare, il bloccare
il primo, e lo spingere e la spinta a compiere un'azione il secondo, connotando in tale modo etimologicamente gli aspetti
essenziali e caratteristici del disturbo ossessivo compulsivo, così come viene classificato dalla psicologia odierna.
Nel corso della storia dell'Umanità il primo caso di ossessione risale probabilmente all'Uomo che per primo tentò di allontanare
dalla propria mente, senza riuscirvi, un pensiero o un'immagine assillante, in qualche modo "sgradevole" o che creasse del
"malessere". Mentre il primo caso di compulsione risale a colui che "credette" e si "sentì spinto", mediante un altro pensiero o
un'azione, di "vincere" o controllare la sensazione di disagio o di malessere che si era prodotta a seguito di quel primo pensiero
assillante, notando però anche che, nonostante gli sforzi ciò non sortisse l'effetto sperato poiché lo stato di malessere
perdurava.
Quindi solo in una seconda fase, quasi coincidente alla "sensazione di controllo" del disagio percepita in un primo istante, si è
inserita la "spinta automatica" e non facile da reprimere, di "ripetizione", che non ha
comunque condotto al risultato creduto e
sperato.
Vi sono alcuni riferimenti e descrizioni del passato, come ad esempio quella contenuta nel "Malleus Maleficarum" (Sprenger &
Kraemer, 1486) che hanno consentito di riconoscere le caratteristiche del disturbo, senza tuttavia che ad esso fosse attribuita
una minima connotazione clinica - psicologica, per la quale invece è necessario ricondursi alla scuola francese dell'Ottocento, la
quale in misura veramente considerevole, unitamente anche alle scuole tedesca, inglese e italiana, ha contribuito allo studio e
all'approfondimento del disturbo ossessivo compulsivo (DOC).
La prima descrizione viene attribuita ad Esquirol, che nel 1838 definì il disturbo come una forma di
monomania, un delirio
parziale "delire partiel", nel quale un'attività involontaria, irresistibile e istintiva spingeva il paziente a compiere azioni che la
coscienza respingeva ma che la volontà non riusciva a sopprimere; l'autore giunse alla conclusione che a determinare il disturbo
fosse un deficit della volontà e solo secondariamente un disturbo intellettivo.
Esquirol affermava che la monomania era:
"...essenzialmente la malattia della sensibilità; essa poggia interamente sui nostri affetti, il suo studio è inseparabile
dalla conoscenza delle passioni; è nel cuore degli uomini ch'essa ha il suo luogo, è là che bisogna frugare per
afferrarne tutte le sfumature..."
Già Pinel nel 1801 nel suo "Traité médico-philosophique sur l'alienation mentale" aveva descritto forme di pazzia non
accompagnate da allucinazioni - "manie sans délire", "folie raisonnante" -, tuttavia a quello stadio di evoluzione del pensiero
medico-scientifico esisteva la difficoltà di concepire e spiegare la presenza di pensieri persistenti e disturbanti
che non fossero
definiti deliri, poiché nelle manifestazioni del disturbo si manteneva una sorta di coscienza; ciò quindi complicò la
categorizzazione e l'inquadramento del fenomeno ossessivo, fino al 1850, quando si parlò di "folie avec coscience"
(Georget, Marc, Baillarger).
In seguito furono coniate altre definizioni per identificare il disturbo (tab. 5), come: "folie lucide" (Trelat);
"pseudo-monomanie" (Delasiauve); "folie du doute" (Falret); "folie du doute avec délire du toucher" (Legrand du Saulle); "lésion de la
volonté" (Billot); "délire émotif" (Morel); "vertige mental" (Lasegue); "impulsions intellectuelles" (Ball); "obsessions" (Luys,
Falret); "stigmates psychiques des dégenérés" (Magnan); "peurs morbides" (Béard); "zwangsvorstellungen" (Krafft-Ebing,
Westphal);
"paranoia rudimentaria" (Morselli, Arnt); "idee fisse" (Buccola); "idea incoercibile" (Tamburini); "diatesi d'incoercibilità"
(Tanzi); "imperatives ideas" (Hake-Tuke); "mental basetments or obsessions" (Mickle); "anancasmus" (Donath); "psychasthénie"
(Janet); "Zwangsneurose" (Freud).
Vale la pena osservare come ogni autore nella sua definizione del disturbo evidenziasse quell'elemento per lui caratteristico che
costituiva l'espressione prevalente del disturbo.
All'epoca non era ancora stata stabilita, in ambito medico, una distinzione precisa fra ricerca scientifica, ricerca psicologica e
filosofica, anche se le conoscenze acquisite permettevano già di definire le funzioni delle aree cerebrali interessate.
Erano tre le teorie che spiegavano la genesi del disturbo ossessivo-compulsivo: quella emotiva, quella volitiva e quella
intellettiva, che chiamavano in causa rispettivamente "debolezze" o dell'emotività, o della volontà e del carattere, o del pensiero.
Tra la seconda metà dell'Ottocento ed i primi del Novecento si assistette dapprima ad un progressivo e netto distacco
concettuale del disturbo ossessivo dalle forme deliranti, per giungere ai primi del Novecento alla composizione del quadro delle
nevrosi, suddivisa nelle forme di nevrastenia, isteria, psicastenia.
Tuttavia non si pervenne ancora ad una separazione precisa da altre forme cliniche come l'agorafobia, le fobie, il disturbo di
panico, i fenomeni vasomotori, i sintomi somatici e le impulsioni, che una serie di studiosi accomunava ancora alla
sintomatologia ossessiva.
| Monomania | (Esquirol, Marc, Georget) | |
| Mania senza delirio | (Falret) | |
| Follia del dubbio | (Falret) | |
| Pseudo monomania | (Delasiauve) | |
| Follia lucida | (Trélat) | |
| Follia con coscienza | (Baillarger, Ritti) | |
| Lesioni della volontà | (Billot) | |
| Delirio emotivo | (Morel) | |
| Vertigine mentale | (Lasègue) | |
| Impulsioni intellettuali | (Ball) | |
| Ossessioni | (Luys, J. Falret) | |
| Alienazione parziale con timore del contatto | (J. Falret) | |
| Stimmate psichiche dei degenerati | (Magnan) | |
| Paure morbose | (Besard) | |
| Rappresentazioni che si impongono | (Kraft-Ebing, Westphal) | |
| Deliri abortivi | (Maynert) | |
| Paranoia rudimentaria | (Amt, Morselli) | |
| Monomanie abortive | (Spitzke) | |
| Idee fisse | (Buccola) | |
| Idee incoercibili | (Tamburini) | |
| Diatesi incoercibile | (Tanzi) | |
| Idee imperative | (Hacke-Tuke) | |
| Follia del calcolo | (Emminghaus) | |
| Assedi mentali | (Mickle) | |
| Anancasmo | (Donath) | |
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Tab. 5. Definizioni del disturbo ossessivo compulsivo utilizzate dagli studiosi dal 1850. |
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Tale distinzione avvenne in seguito, ed all'inizio venne effettuata più sul piano teorico che su quello clinico, anche se già appariva
evidente come vi fossero nella genesi del disturbo ossessivo evidenti fattori precipitanti, quali una relazione ereditaria,
un'insorgenza anteriore ai 30 anni, un andamento episodico, nessuna menomazione cognitiva ed una elevata associazione
sintomatologica somatica e ansioso-depressiva.
Furono comunque posti in evidenza gli aspetti salienti e le caratteristiche del disturbo come: il disagio e/o malessere, la
coscienza di malattia, l'insorgenza improvvisa, l'andamento fluttuante e parossistico, una sintomatologia ad espressione variabile,
l'incapacità di opporsi e vincere l'idea o l'impulso di compiere un'azione, la ripetizione d'idee o gesti non voluti, la riduzione
momentanea della tensione a seguito della compulsione e la difficoltà di trattamento.
Tali aspetti caratteristici, nonostante le diatribe teoriche succedutesi nel tempo, sono rimasti invariati fino ai nostri giorni, e sono
stati questi gli elementi che hanno consentito di superare un primo ostacolo posto dai pregiudizi concettuali, permettendo di
trovare un comune terreno di lavoro basato sull'osservazione clinica e su validi criteri identificativi condivisi uniformemente.
Attualmente, nonostante l'appartenenza a differenti scuole, le caratteristiche salienti del DOC sono rimaste le stesse, rientrando
nei criteri classificatori internazionali come l'International Classification Disease, 10th Edition (I.C.D. 10) ed il Diagnostic and
Statistical Manual of Mental Disorders (D.S.M. IV), o all'interno di altri costrutti concettuali (es.: psicodinamici), oppure quali
riferimenti di interviste strutturate o semistrutturate (SCID, SADS, etc.), o criteri per la ricerca (RDC), tutti strumenti che
comunque definiscono in modo analogo gli elementi del disturbo.
Al di là della disputa in corso sulla collocazione del disturbo nella sfera ansiosa o affettiva, vi sono alcuni aspetti che definiscono
strutturalmente il DOC, sorta di linee di forza, fisse nel corso del tempo (o modificabili solamente seguendo modalità adeguate),
che possono determinare un'espressione clinica sintomatologica differente ma che delimitano sempre una medesima struttura
portante, analogamente a quanto avviene, p. es. con il concetto di casa, che rimane invariato indipendentemente dalla forma,
dalla struttura, dall'epoca, dal luogo e dalla cultura di appartenenza dell'individuo.