Esordio 

In genere all'esordio del disturbo il soggetto si accorge occasionalmente di provare un senso di fastidio - disagio quando si imbatte ad esempio in alcune situazioni reali (oggetti, persone, etc.) o immaginate (possibilità che accada qualcosa a qualcuno, scene viste, pensieri osceni mai avuti) o sentite (senso di colpa, aggressività, invidia, etc.) e tenta in qualche modo di controllare tale disagio, evitando la situazione (contatto con detersivi, batteri, polvere, luoghi) o il pensiero (di un danno arrecato, immagini di violenza, nudità) con varie strategie (lavorando, distraendosi, sforzandosi di non pensare a ciò che teme), senza tuttavia riuscirvi perché in un modo o nell'altro le circostanze della vita pongono continuamente il soggetto in situazioni analoghe, anche
di pensiero. 

Frequentemente, al primo apparire dei sintomi si assiste al tentativo da parte del soggetto di integrare la sintomatologia nei normali atti della vita quotidiana oppure di ignorarli, ciò nonostante, il disagio - malessere aumenta, ed egli trova un sollievo solo temporaneo nell'esecuzione di atti o rituali preventivi, tuttavia senza risolvere il problema definitivamente. 

A questi tentativi di gestire la sintomatologia, consegue la maggiore consapevolezza del soggetto in merito la difficoltà di controllare il disagio, attuando manifestazioni comportamentali (ritardi, lentezze, pulizie, etc.) che possono diventare evidenti anche ad altre persone (familiari, amici, partner, etc.), le quali spesso da un lato incitano il paziente a trovare un rimedio, ma dall'altro non comprendono la realtà del problema. 

Giunto a questo punto, spinto sia dalla propria angoscia e prostrazione (comprendendo di non essere matto) che dalle continue insistenze dei familiari a loro volta coinvolti e sui quali si ripercuote il problema, il soggetto può chiedere aiuto rivolgendosi ad uno specialista, spesso dopo anni di sofferenza ed alcune volte senza che si possa fare molto data la solidificazione del problema.

In letteratura comunque, sono riportati casi nei quali si assiste ad una remissione completa e spontanea del disturbo, senza che siano stati identificati i fattori che determinano tale modificazione. 

Utilizzando una trasposizione, al fine di comprendere l'intensità e la sistematicità con la quale un ossessivo vive la propria esperienza psicologica, a titolo esclusivamente esemplificativo, si pensi all'innamorata/o che tradita/o o abbandonata/o "pensa" all'innamorato/a, "sente" di amarlo/a ma "vuole" dimenticarlo/a e tuttavia non vi riesce perché il ricordo della relazione, stimolato da varie occasioni (esterne ed interne), come frasi, parole, oggetti, situazioni, emozioni, torna continuamente alla mente nonostante gli sforzi per dimenticarlo/a, provocando così una intensa sofferenza. Ovviamente il problema non esiste per colei/lui il cui amore è condiviso in quanto l'esperienza risulta gradevole ed integrata con le aspettative; mentre, per la/il delusa/o la
violazione dell'aspettativa rende la situazione intollerabile.

L'innamorata/o delusa/o tenta inutilmente, e in vari modi (leggendo, evitando di pensare o di recarsi in luoghi che stimolino il ricordo, allontanandosi da oggetti o persone, etc.), provando persino rabbia e/o colpa e deprimendosi, di distogliere l'attenzione dall'amato/a e dai sentimenti provati, senza tuttavia riuscirvi, oppure riuscendovi, ma con notevoli difficoltà; e riesce nel proprio intento solamente quando è in grado di "tollerare" la mancanza o vi trova una "giustificazione adeguata e plausibile", comprendendo anche che può riuscire a tollerare la sofferenza. 

Da questo istante il compito risulta più semplice, dal momento che per "dimenticare" deve solamente applicare ripetutamente un'idea o un comportamento, fino a che il processo ridiviene automatico, ma con un significato differente.

Nell'ossessivo accade esattamente la stessa cosa, basta sostituire la parola ansia e disagio o malessere alle sensazioni (sconforto, rabbia, insicurezza, etc.) provocate dall'abbandono ed i vari tentativi alle compulsioni; l'unica differenza risulta dalla collocazione affettiva precisa che si ha in campo sentimentale mentre ciò non avviene nell'ossessivo perché non ha ancora trovato la soluzione "corretta" del "dubbio" nel settore/i corrispondente/i, permanendo in questo modo "l'insicurezza".