Teorie eziopatogenetiche

Come in ogni branca della scienza anche nell'ambito della psicologia clinica si sviluppano teorie che tentano di esplicare i modelli sottesi all'insorgenza di un disturbo, e così come in altri campi, le teorie debbono soddisfare alcuni principi.

Secondo Albert Einstein una teoria non deve contraddire i fatti empirici, deve rispondere ad una semplicità logica per favorire quella che definisce più distintamente le "qualità dei sistemi in astratto", ed avere: a) una semplicità di premesse; b) la massima varietà delle cose che collega; c) la maggiore estensione del campo di applicazione.

Tali principi, pur appartenendo al campo della fisica possono essere utilizzati nella psicologia?

Certamente si! Il modello epistemologico riconosce la verificabilità o la falsificabilità di una teoria quali percorsi della conoscenza, tuttavia la verificabilità e la falsificabilità di una teoria dipendono solamente dai limiti e dalle applicazioni delle conoscenze del sistema che si vuole studiare o che si sta studiando, per cui come confermare una teoria se non dai risultati della sua applicazione indipendentemente dall'area di appartenenza? Quali delle teorie disponibili rispondono efficacemente ed estesamente ai principi elencati in precedenza e conducono ai maggiori risultati a seguito alla loro applicazione?

E innegabile che vi sia un substrato biologico all'espressione di un disturbo, perché siamo composti di materia, ed essendo il cervello, come già affermato da Ippocrate, "l'origine dei dolori e delle gioie", esso rappresenta il ricettacolo delle sensazioni e lo strumento che ne permette l'estrinsecazione; infatti, appare sempre più evidente come la risposta biologica dell'organismo venga influenzata dal pensiero, che rappresenta l'attività che dirige e orienta l'attivazione biofisica dei sistemi intercorrelati di funzionamento cerebrale.

Perché l'atteggiamento mentale influisce sugli esiti di una malattia e di un disturbo? L'effetto placebo cosa rappresenta? Tali interrogativi rappresentano aree di notevole interesse, che non hanno ancora ottenuto risposte adeguate.

Comunque, tralasciando tali interrogativi e ritornando alle teorie eziopatogenetiche, ve ne sono molteplici, da quella psicogenetica che postula nelle varie teorizzazioni l'esistenza di un conflitto e la sua espressione attraverso i sintomi ossessivi, a quella biologica che chiama in causa alterazioni neurorecettoriali e/o trasmettitoriali, includendo quella genetica che postula una trasmissibilità del disturbo. Quella neuroanatomica e neurofisiologica che considerano l'azione di lesioni neuroanatomiche, quella neuropsicologica che considera l'azione associata delle funzioni e delle disfunzioni cerebrali, quella etologica che chiama in causa sottomodelli comportamentali prefissati biologicamente di tipo animale attivati in condizioni particolari. E ancora, quella comportamentale che spiega l'esistenza del disturbo mediante modelli di comportamento appresi e più o meno rinforzati, quella
cognitiva che considera il comportamento la conseguenza dell'applicazione di schemi generali appresi nel corso dello sviluppo, quella cognitivo-comportamentale che associa i principi di entrambe (tralasciando in questa sede le varie considerazioni sulla priorità o meno dell'una rispetto all'altra), quella cibernetica che occupandosi dei sistemi di controllo analizza l'azione dei segnali nell'organismo vivente.

Riconducendoci a quanto affermato in precedenza, quale tra queste teorie può ragionevolmente essere accolta, per semplicità, coerenza, estensione, spiegazione e risultati?

Come superare il limite posto dall'area concettuale all'interno della quale ci si pone?

Potrebbe essere utile a tal fine pensare di considerare ogni osservatore teorizzatore, come un turista che osserva un paesino di montagna posto in una vallata da un monte circostante.

Il paesaggio osservato è lo stesso ma ciascun turista descriverà le case, le strade, le persone e tutti i particolari secondo l'angolazione prospettica in cui si trova, qualcuno degli osservatori inoltre, entrerà nel paesino e riuscirà anche a descrivere le cose osservate più da vicino, ma sempre in base al percorso scelto ed alle cose che lo colpiscono e lo affascinano maggiormente.

Per esempio chi si trova all'esterno del paese potrà parlare e scrivere della stessa chiesa, dello stesso campanile, e notare case con facciate e finestre differenti, stili architetturali diversi, poiché gli abitanti o chi ha fatto costruire il paese aveva gusti personali, ma tutti vedono le stesse cose perché notano una chiesa, un municipio, una piazza, le strade, etc.

Anche chi è entrato nel paesino ha osservato e osserva le stesse cose ma egli trovandosi più vicino ne nota meglio i particolari, le sfumature, i materiali utilizzati; infatti prima ha osservato il paesino dall'esterno ed ora dall'interno, avendone così una doppia percezione.

Qualche fortunato è riuscito ad entrare negli edifici perché invitato dagli abitanti del luogo, tuttavia non si trova o può non trovarsi d'accordo con gli altri osservatori e turisti perché descrive aspetti più interni.

Riusciranno a comprendersi tutti solamente quando prenderanno visione ed accetteranno che ciò che affermano di vedere rappresenta una visione parziale e relativa alla posizione nella quale si trova l'osservatore, dipendente anche dalla realtà del paesino (esterno, interno); sia quelli che cercano la verificabilità delle teorie che quelli che ne ricercano la falsificabilità, notando inoltre come sia necessaria la ricongiunzione delle varie teorie e osservazioni, pur appartenendo a dominii differenti.

Assieme potranno affermare la "verità" di ciò che vedono e sentono, e non ciò che "dicono" di vedere, sentire o intuire "ascoltando" (dato che i cellulari trasmettendo su onde elettromagnetiche sono udibili da tutti mediante un apparecchio di ricezione) le comunicazioni altrui; mentre sarebbe più semplice illustrare agli altri villeggianti le cose comprese e conosciute, rendendo così più agevole e gradevole la visita ed il cammino di tutti.

Tanto più che la Realtà rimane tale, indipendentemente dalla descrizione che viene fatta, che lo si voglia riconoscere oppure no.

Indubbiamente qualcuno potrà essere stato più fortunato perché casualmente ha imboccato il sentiero più semplice, quello più giusto, mentre qualcun' altro sarà stato indirizzato da uno più esperto o avrà fatto tesoro di quanto riferito o scritto da altri che precedentemente avevano percorso la stessa strada; vi sarà anche chi avrà sbagliato percorso, certamente tutti hanno accettato e quindi scelto chi per una ragione chi per un'altra, consapevolmente.

Consolerà comunque tutti sapere che, essi, in base alle capacità e senza distinzioni, concorrono alla Conoscenza delle regole, dell'applicazione delle leggi e dei principii, che guidano la costruzione degli edifici e del loro restauro, contribuendo così al perpetuarsi delle norme che manterranno non solo intatto il paese ma permetteranno un progressivo e nuovo sviluppo.

Tornando alle teorie ed ai risultati, quali di queste, se applicate, conducono a risultati soddisfacenti?

Tutte, ma in parte. 

Dato per scontato che il corpo rappresenta una macchina biologica finalizzata alla vita, ogni alterazione di un apparato o sistema si estrinsecherà nella alterazione della funzione corrispondente. 

Nel disturbo ossessivo compulsivo sono stati dimostrati coinvolgimenti dei nuclei della base, dell'ippocampo, dell'amigdala, del cingolo, dei lobi prefrontali, con iperfunzione di queste strutture; analogamente a quanto accade quando si  verifica una loro lesione, come in caso di corea di Sydenham, Hantington, encefalite di von Economo, intossicazioni e lesioni dei nuclei della base che conducono a sintomi ossessivi compulsivi

Ma perché alcuni interventi terapeutici sia farmacologici che psicoterapici determinano dei miglioramenti e delle guarigioni?

Cosa hanno in comune interventi così differenziati?

E risaputo che gli atteggiamenti mentali producono liberazione di neurotrasmettitori, ormoni, endorfine, ovviamente su un substrato ereditato geneticamente ed influenzabile sia da fattori ambientali che di apprendimento.

Ma, in quale modo un pensiero o uno schema appreso determinano una modificazione tale da estinguere un comportamento? 

Certamente a loro volta essi modificano l'espressione della funzione sottostante. 

Perché l'esposizione e la prevenzione della risposta in percentuali consistenti riescono a giungere a risultati superiori al trattamento farmacologico? In che modo l'apprendimento modifica le risposte recettoriali se il disturbo è biochimico?

Evidentemente l'esperienza vissuta, il rinforzo, etc., in qualche modo stimolano la secrezione differenziata di sostanze cerebrali. 

Ma come può un sistema carente, autosecernere una sostanza in quantità tale da compensare il difetto biochimico che sarebbe alla base e l'espressione dello stesso disturbo, sia che appartenga ad un sistema che ad un altro? 

Certamente ciò può avvenire perché un'altra area cerebrale mediante un altro neurotrasmettitore stimola il primo sistema carente. Ma cosa ha attivato questo secondo sistema? Un altro sistema ancora, e così via. Ma i sistemi operanti sono finiti, perciò chi ha dato il via all'azione deve essere stata una funzione non dipendente dai sistemi collegati fra loro, e posta al di fuori di essi la quale per funzionare ha bisogno dell'integrità di tutti gli apparati; oppure è l'insieme dei sistemi che si identifica nell'azione corretta (allora bisogna postulare l'esistenza di un sistema entro certi limiti autocorrettivo e ciò a maggior ragione contraddice l'ipotesi farmacologica), o si tratta di una funzione - pensiero (C. G .Jung 1921) che organizza l'insieme delle informazioni sia dall'esterno che dall'interno ed abbisogna dell'integrità dell'apparato per esprimersi e quindi agire in modo ottimale, ma che può attivare selettivamente delle aree cerebrali in relazione al significato stesso dei concetti e autocorreggersi nel momento in cui l'attivazione eccessiva di una funzione di un'area cerebrale viene ridotta dalla funzione equilibratrice di un'altra area e dalla relativa struttura neuroimmunoanatomica correlata ad un'altra espressione del pensiero.

In questo modo si spiegherebbero, in modo semplice e ragionevole, non solo le azioni farmacologiche ma anche quelle psicoterapiche, dal momento che le une e le altre agirebbero sulle stesse strutture anatomiche mediante gli stessi neurotrasmettitori/modulatori, spiegando inoltre, perché la terapia farmacologica e quella psicoterapica non riescano a giungere a risultati completi, dal momento che la prima, non può modificare il pensiero ma solo l'espressione dello stesso, e la seconda perché non può condurre a risultati se non quando la correzione tocca i concetti che determinano o mantengono il problema e quindi modificano la secrezione delle sostanze trasmesse. 

Ciò postula anche l'esistenza di un limite oltre il quale, o per automatismo appreso, o per alterazione protratta e duratura, o per lesione, non sia possibile intervenire perché il danno causato è pressochè irreversibile, ma fortunatamente questi casi sono rari. 

Ciò spiegherebbe come l'azione farmacologica, stimolando alcune aree, faciliti il riequilibrio emotivo, permettendo di comprendere anche perché alla sospensione del farmaco una parte considerevole di soggetti trattati esclusivamente con farmaci riprecipiti nello stato precedente; mentre se trattato contemporaneamente con psicoterapie di provata efficacia sia possibile ottimizzare i risultati raggiungendo traguardi ulteriori.

Rimarrebbe solamente il problema di indicare in che modo e perché il pensiero azioni le strutture e non viceversa. 

Sebbene una valutazione accurata di questa ipotesi esuli dal presente lavoro, basti per ora considerare i fenomeni telepatici, ovviamente escludendo le semplici coincidenze, le frodi, le banalità, etc.

Di questo tipo di fenomeni si sono occupati in passato studiosi di fama mondiale, appartenenti ai più vari settori delle scienze, dalla filosofia (E. Kant; H. H. Price), alla fisica (W. Crookes), alla medicina (C. Richet; F. Cazzamalli; L L. Vasiliev) alla psichiatria e psicologa (W. James; G. Murphy; C. G. Jung; P. Janet; C. Burt), non dimenticando le citazioni religiose (Sant'Agostino; San Benedetto) ed i studiosi meno illustri ma non meno importanti che si sono dedicati in modo specifico all'argomento. 

Va chiarito innanzi tutto che parlare di telepatia non significa parlare di fenomeni occulti o magici ma di fenomeni che accadono non di rado in psicoterapia, e rientrano nelle leggi di natura ma dei quali tuttavia ci sfuggono ancora alcune delle leggi che li governano.

Per quale motivo insistere su questo aspetto? 

Perché l'accettazione di questo fenomeno spiegherebbe tutto, poiché implicherebbe la partenza di un pensiero, la trasduzione del messaggio e la comprensione dello stesso, quindi una struttura, una funzione, un apparato di ricezione e trasduzione collegato all'attività cerebrale del ricevente.

Tra le realtà fisiche esistenti e conosciute dall'uomo, quale possiede caratteristiche tali da poter essere ricondotta a questo fenomeno? 

Certamente la radiazione elettromagnetica, la quale presenta caratteristiche peculiari come il dualismo materia/energia, velocità della luce, frequenze e ampiezze diverse, possibilità di ricezione e di registrazione.

In Fisica si postulano teorie, e mediante calcoli e formule matematiche si suppone l'esistenza di particelle o forze, non ancora scoperte ma che trovano un riscontro matematico, oppure lasciano una traccia fisica indiretta della loro presenza mediante gli effetti, i quali spiegherebbero l'esistenza del fenomeno. Ma queste particelle, cariche, onde, non permettono attraverso vari passaggi la trasformazione della materia in energia e dell'energia in materia?

Le leggi fisiche e le interazioni della materia sono identiche nello stesso sistema fisico, quindi anche nel corpo; ovviamente non sono reazioni ad alte temperature ma a basse (implicando reazioni sub - nucleari). Basti ricordare come alcuni fisici siano riusciti a dimostrare l'esistenza di reazioni di fusione nucleare (fusione fredda) con produzione di energia superiore a quella fornita, sfruttando i principi fisici di amplificazione e coerenza .

Tornando a noi, postulando l'esistenza di una nuova teoria o particella, non viene messa in discussione tutta la fisica conosciuta o si giudica a priori la nuova teoria ma una volta dimostrata, si integrano le informazioni, poiché il dovere dello studioso è "conoscere" e non giudicare. In psicologia accade la stessa cosa: si vedono gli effetti di un pensiero, di un'idea, di uno stato d'animo, di una stimolazione sensoriale e non.

In merito agli effetti della psicoterapia, sarebbe possibile così spiegare i risultati degli interventi cognitivo-comportamentali i quali agirebbero modificando gli atteggiamenti e quindi i comportamenti del paziente di fronte ad un problema; infatti l'esposizione allo stimolo fobico e la prevenzione della risposta, per apprendimento, non fanno altro che modificare l'atteggiamento ed il giudizio del soggetto relativamente il contesto e le aspettative, modificando quindi le cognizioni ed il pensiero.

Ad oggi, non è possibile indicare con certezza un modello eziopatogenetico unico del DOC anche se alcune informazioni messe in luce dalle tecniche di brain imaging (RMN, SPET, PET) appaiono incontrovertibili, soprattutto in merito al coinvolgimento di alcune aree cerebrali, come quella prefrontale nel mantenimento dell'attenzione e nella programmazione delle risposte cognitive comportamentali, il giro orbitale nel mantenimento dell'attenzione e nel controllo degli impulsi, il giro cingolato nella regolazione del comportamento attivo, il sistema limbico nella regolazione e controllo dei comportamenti affettivi, l'ippocampo e l'amigdala
nel rinforzo e nell'evitamento attivo ed i nuclei della base nella regolazione di programmi comportamentali appresi sia automatici che volontari.

Dei sistemi neurotrasmettitoriali interessati (probabilmente tutti) quelli che attualmente godono di maggiori evidenze scientifiche sono i sistemi serotoninergico e dopaminergico, dal momento che né l'uno né l'altro presi singolarmente riescono a spiegare l'azione eziopatogenetica e la relativa trattabilità del disturbo. 

Il DOC sarebbe dunque da porre in relazione ad una scarsa disponibilità di serotonina negli spazi intersinaptici che causerebbe un successivo incremento di sensibilità dei recettori post - sinaptici; tuttavia l'utilizzo di un agonista serotoninergicopost-sinaptico come la m clorofenilpiperazina (m cpp) non migliora la sintomatologia ossessiva - compulsiva, come d'altronde non accade con l'utilizzo della sertralina, sostanza ad elevato potere di blocco della ricaptazione serotoninergica, mentre la clorimipramina agirebbe oltre che sui recettori serotoninergici anche su quelli dopaminergici (D2) mediante una azione inibitrice e su quelli noradrenergici mediante uno dei suoi metaboliti primari (Rauch & Jenike, 1993). La clorimipramina agirebbe quindi con modalità differenti rispetto ad altre sostanze ad azione serotoninergica le quali invece agirebbero esplicando effetti modulatori su altri sistemi (NA, DA).

La teoria di Cloninger (1986) postula l'esistenza di tre dimensioni della personalità (ricerca di novità, evitamento del danno, dipendenza dalla ricompensa) ciascuna delle quali rispecchia le funzioni dei tre sistemi principali di trasmissione: dopaminergico, serotoninegico, noradrenergico. L'interazione e la modulazione dei vari sistemi tra loro conduce ai diversi modelli di comportamento; secondo tale teoria è così possibile associare ad ogni disfunzione una alterazione neurotrasmettitoriale, tuttavia come far corrispondere la teoria alla pratica quando il soggetto guarisce spontaneamente o a seguito della terapia farmacologica o psicoterapica? Indubbiamente vengono attivati gli stessi sistemi.