"L'uomo è l'essere che è capace di diventare colpevole
e capace di spiegare la sua colpevolezza"
M.Buber
Volenti o nolenti, consapevoli o inconsapevoli, il senso di colpa, ci accompagna molto
spesso lungo tutto l'arco della vita e ne scandisce i momenti più significativi.
Provare rimorso è una caratteristica umana, che si acquisisce prevalentemente
attraverso le relazioni interpersonali che fin dalla nascita caratterizzano la vita di
ciascuno. Da questo punto di vista il senso di colpa potrebbe essere inteso un "male
sociale".
L'esperienza del senso di colpa è collegata, secondo Mowrer a modi comportamentali
vietati, ovvero il senso di colpa nasce in genere quando vengono compiuti atti
antecedentemente vietati; in realtà possiamo parlare di senso di colpa vero e proprio,
come elemento disturbante e patologico, solo quando esso compare indipendentemente dalla
minaccia immediata di una punizione esterna.
Uno dei passaggi fondamentali dello sviluppo infantile è rappresentato dalla
"conquista" della capacità di sentire sofferenza e pentimento per ciò che si
è fatto; conquista che presuppone innanzitutto la capacità di mettersi nei panni
dell'altro, condividendone i sentimenti.
La facilità di provare senso di colpa nell'età adulta dipende dal modo in cui si è
attraversata l'infanzia e l'adolescenza e soprattutto dal modello educativo a cui si è
stati esposti. Un'educazione equilibrata ed i giusti modelli familiari consentono alle
persone di crescere con un soddisfacente equilibrio tra capacità di sentirsi in colpa e
amore per se stessi. Quando il primo aspetto - provare rimorso - diventa preponderante, la
personalità e il comportamento dell'individuo rischiano di risentirne pesantemente. Ciò
che dovremmo chiederci per poter comprendere meglio il fenomeno, è da cosa abbia origine
il senso di colpa immotivato.
Una delle tante ipotesi avanzate dagli psicologi , riguarda la mancanza di equità, lo
squilibrio tra il proprio benessere e la sofferenza altrui. Secondo tale ipotesi, in altri
termini, il senso di colpa nascerebbe allorquando si ritiene di aver avuto molto più
degli altri, magari anche senza averlo meritato veramente. E' quello che capita ai
compagni di studio che si sottopongono allo stesso esame con esiti diversi: quello a cui
è andato bene si sente irrazionalmente in colpa nei confronti dell'amico.
Un esempio più drammatico potrebbe essere quello di chi sopravvive a un incidente in
cui è scomparsa una persona cara e può conseguentemente sviluppare un assurdo ma
lacerante senso di colpa, per il semplice fatto di essere rimasto vivo. Si parla in questo
casi di senso di colpa "eterodiretto", ovvero rispetto al mondo esterno.
Esiste anche un'altra teoria, di stampo più prettamente sociale, che parla
prevalentemente di senso di colpa "autodiretto", ovvero nei confronti di sè
stessi. Secondo tale prospettiva il malessere nascerebbe dall'incongruenza tra un'immagine
ideale di sè (socialmente desiderabile, integerrima, impeccabile, sempre all'altezza
della situazione)e l'immagine reale che ciascuno possiede della propria persona. Questo
succede a chi pretende molto da sé, per cui mantiene un atteggiamento di autocritica e di
rigidità: un'eco delle critiche e delle rigidità vissute in famiglia, da parte di
genitori che si aspettavano molti successi dai figli, e che reagivano con asprezza a
questo tipo di delusioni.
Il senso di colpa autodiretto è certamente l'esperienza più penosa, in
quanto condizionante per l'equilibrio della persona.
Il senso del dovere, il senso di responsabilità, la disciplina, l'autocoscienza,
sono gli essenziali precursori - derivanti da un'educazione ispirata essenzialmente
a tali valori - per lo sviluppo di una personalità altamente autocritica
e come tale infelice perchè incapace di darsi tregua.
Ricevere un'educazione troppo ferrea significa implicitamente sviluppare
il bisogno di aderire a standard di "perfezione" per prevenire
il senso di colpa conseguente ad ogni eventuale inadempienza a ciò che
si considera un proprio preciso dovere. Il percorso ha inizio dall'esterno
(ovvero dalle richieste provenienti dai genitori), ma finisce poi con
lo spiralizzarsi verso l'interno : si tende infatti, successivamente,
ad auto imporsi obiettivi e canoni persino più ardui di quelli trasmessi
dai genitori, allo scopo di prevenire ogni critica ed ogni rimprovero.
Il bisogno preminente di chi sviluppa una personalità smodatamente severa
con se stessa, è quello di impedire agli altri di imputargli un eccesso
di indulgenza verso sè stesso, il che risulterebbe insostenibilmente mortificante.
Quando si inizia ad imporsi degli standard eccessivi, il percorso distruttivo
è già iniziato, soprattutto perchè si manifesterà una progressiva tendenza
all'innalzamento degli obiettivi e del livello di difficoltà delle prove
in cui si sceglie di cimentarsi.
Questo processo nasce , secondo l'ipotesi psicodinamica, dal bisogno di
riparare ad una ferita narcisistica dell'io, che ha avuto inizio con le
ripetute mortificazioni cui il bambino è stato sottoposto nell'arco della
sua educazione; il non essere mai stato incoraggiato ed apprezzato, ma
piuttosto spronato a "fare di più", genera un basso livello
di autostima, che induce a maccanismi compensatori che consistono nell'imporre
a se stesso delle sofferenze e delle privazioni che possano apparire all'esterno
nobilitanti e lodevoli.
Una volta imboccato questo cammino, la strada diventa via via sempre più
penalizzante, perchè interrompere il meccanismo autopunitivo rappresenterebbe
un eccesso di benevolenza verso di sè, con il pericolo (soggettivamente
percepito) della disapprovazione altrui; di contro si tende a "rincarare"
la dose giorno dopo giorno, per prevenire i rimproveri e guadagnarsi quanta
più stima possibile dall'esterno. E' facile immaginare che, a lungo andare,
questa spirale si trasformi in un autenitco calvario, scandito soprattutto
dall'ansia di non riuscire più, ad un certo punto, ad adempiere agli sforzi
sempre più ardui che si richiede a sè stessi. Per questa ragione la stragrande
maggioranza delle condotte autopunitive come l'automutilazione, i disturbi
del comportamento alimentare , ed in special modo le condotte restrittive
ed eliminatorie dell'anoressia nervosa e della bulimia nervosa, trovano
nel senso di colpa il principale precursore.
Ai livelli più estremi questo si esplicita anche con il rifiuto della
guarigione : gli anni di sofferenza e di deprivazione rappresentano infatti
il culmine dell'autopunizione, e pur nel suo oggettivo paradosso, ciò
rappresenta - soggettivamente - il simbolo della propria integerrimità;
l'ipotesi della guarigione sarebbe il simbolo di una tregua, e l'ansia
del giudizio esterno per un simile gesto , impedisce di affrontare la
guarigione o un'eventuale psicoterapia con serenità.
v.s. |