Il caso clinico: Una fame
patologica
Ornella ha 26 anni. Dopo la
laurea si è trasferita in una città lontana, per assumere un incarico cui
teneva molto (in pratica il suo primo lavoro). I suoi familiari sono felici per
questa svolta positiva della sua vita. Ma qualcosa non va: sin dai primi giorni
di permanenza nella nuova sede si sente stanca, sfiduciata, e diviene ben presto
vittima di uno spiacevole disturbo: ha frequenti attacchi di fame vorace,
durante i quali mangia tutto ciò che trova nel suo frigorifero. Poi, pentita,
si procura il vomito, e ansia e depressione si accentuano.
La bulimia (così è denominata la compulsione ad "abbuffarsi" e poi vomitare) è espressione di un malessere complesso, che va inquadrato nel momento evolutivo che Ornella sta attraversando. Come ogni disturbo alimentare, è connesso ai particolari significati psicologici del "mettere dentro" il cibo al di la della necessità fisiologica di sfamarsi. Mangiare non è solo una funzione biologica; è anche un modo di relazionarsi con il mondo e con se stessi. Il bambino impara presto ad attribuire al cibo la funzione di sostegno affettivo e di gratificazione, perché l'essere alimentato dalla madre lo fa sentire sereno e appagato.
Da grande, se non avrà sviluppato un senso del sé sufficientemente forte e sicuro, continuerà a utilizzare il cibo come "droga" e fonte di effimero giacere: quello che succede a Ornella.
Ornella sta vivendo un periodo di grandi cambiamenti, che la fa sentire profondamente insicura anche per la lontananza dalle figure familiari di riferimento. La patologia bulimica, infatti, si instaura spesso quando la persona - già predisposta alla dipendenza dal cibo - non avverte la presenza e il sostegno affettivo della famiglia, o perché i genitori sono emotivamente freddi e distaccati o perché (come nel caso di Ornella) sono fisicamente distanti.
Ornella può uscire dal tunnel in cui si
trova affidandosi a una psicoterapia che l'aiuti a chiarire i motivi della sua
disperata ricerca di qualcosa che riempia il vuoto interiore che avverte
costantemente.
Soltanto un lavoro di ristrutturazione della propria identità - attraverso il
rafforzamento dell'autostima e l'accettazione profonda di sé e dei propri
limiti - potrà consentirle di ridefinire il cibo come nutrimento, e non come
zattera a cui aggrapparsi.