Il caso clinico: Mutismo infantile
Noemi è una bambina intelligente e sana ma con un problema che la assilla dall'età di 5 anni (oggi ne ha 8): si rifiuta di parlare in presenza di estranei. In famiglia chiacchiera, gioca, è spontanea, ma quando è fuori o quando a casa arriva qualcuno, Noemi non dice più una parola. A scuola comunica solo per iscritto, con i disegni e con i gesti. I medici escludono un'origine organica e parlano di blocco psicologico. I genitori della piccola hanno avuto sempre pessimi rapporti e quando è insorto il mutismo di Noemi erano sull'orlo della separazione. Sono rimasti insieme tre anni per amore della figlia, ma ora si lanciano accuse e litigano sempre.
Quando un bambino decide di interrompere
la comunicazione verbale col mondo esterno e di parlare solo con la mamma e
papà, è segno che proprio a loro due vuole dire qualcosa.
Probabilmente, Noemi esprime in questo modo la paura di essere abbandonata e il
suo disagio per il conflitto da tempo esploso nella coppia genitoriale.
Il mutismo elettivo - patologia di cui
soffre Noemi - ha di solito un'origine relazionale.
Nasce in seguito ad un avvenimento che il soggetto in età evolutiva non ha ben
"metabolizzato" e che si riferisce, di solito, ad una sorta di
"segreto familiare", qualcosa di non detto in quanto disdicevole o
pericoloso, tanto da mettere a repentaglio l'unità della famiglia o la
sopravvivenza del bambino e/o dei suoi cari.
Questo, almeno, è la rappresentazione mentale che il bambino elabora.
Nel caso di Noemi, la scelta di non
parlare è un tentativo di mantenere unito il nucleo familiare; tentativo finora
riuscito.
Il rifiuto di parlare è diventato, infatti, un modo inconsapevole per
"obbligare" i genitori a restare insieme per proteggere la figlia.
Scegliendo il padre e la madre come interlocutori privilegiati, Noemi è come
dicesse loro: "Ho bisogno di voi, mi fido solo di voi, dovete restare con
me".
Nei casi come quello di Noemi, la
psicoterapia individuale non è sempre la scelta migliore è come se confermasse
l'incapacità dei genitori a occuparsi della figlia, per cui è necessario
l'intervento di un estraneo (lo psicologo): esattamente quello che il sintomo
della bambina tende a evitare. Meglio intraprendere una terapia familiare, dato
che la crisi è espressione di un disagio che coinvolge tutta la famiglia.
In alternativa, potrebbe essere utile una terapia di coppia: la definizione dei
problemi relazionali tra il padre e la madre spazzerebbe via il senso di
instabilità e l'ostilità repressa che senz'altro serpeggia in famiglia.