Il caso clinico: Paura di vivere
Giovanna è una ragazza di 24 anni. È orfana di entrambi i genitori e vive con la sorella maggiore da quasi due anni. Ha sempre sofferto di disturbi psicosomatici, si è sempre considerata "fifona" e per questo viene dolcemente presa in giro da parenti ed amici. Dalla morte della madre, però, la sua paura si è trasformata in angoscia paralizzante. Non riesce più a star sola in casa ma, nello stesso tempo, non riesce ad uscire, a stare in mezzo alla gente. Cerca esclusivamente la compagnia della sorella, non ha amici, non ha mai avuto un fidanzato. La sorella, preoccupata, la accompagna da uno psicologo.
L'angoscia che coglie Giovanna è un
sintomo tipico di agorafobia (dal greco agorà=piazza e phobia=paura; quindi,
paura degli spazi aperti).
L'ansia scaturisce dal senso di solitudine e di inadeguatezza personale; è come
se l'individuo non tollerasse né di sentirsi autosufficiente, né di essere al
centro dell'attenzione.
Ecco perché Giovanna sta male sia dentro casa, sia fuori: dentro è sola con se
stessa, fuori è troppo esposta, "scoperta", indifesa.
In Giovanna è come se
"esserci" e "non esserci" siano entrambe condizioni
difficili da sostenere.
La sua fragilità ha eletto la sorella maggiore come unico punto di riferimento
che le da sicurezza; probabilmente un sostituto materno (Giovanna era
legatissima alla madre, con la quale trascorreva gran parte della giornata).
È come se la ragazza, ormai, abbia paura di vivere.
Le sedute di psicoterapia riportano alla memoria di Giovanna alcuni flash particolarmente significativi della sua infanzia. Soprattutto un episodio di molestie sessuali da parte di uno zio. Allora Giovanna aveva nove anni. Si confidò con la madre, ma la baraonda che seguì alla sua rivelazione la convinse di avere in qualche modo provocato le molestie e le fece prendere una drastica decisione: mai più avrebbe dovuto suscitare l'interesse degli altri (soprattutto degli uomini) sulla sua persona. Per evitare problemi, avrebbe vissuto all'ombra della madre.
I colloqui psicologici servono a Giovanna
per riconciliarsi con il mondo e, in particolare, dato che lo psicologo è, un
uomo, con l'universo maschile di cui ha sempre avuto molta paura.
Poco per volta impara che essere al centro dell'attenzione non significa essere
in pericolo, né stimolare gli interessi morbosi dei maschi.
Col diminuire dell'intensità e della frequenza dei sintomi, riesce a trovare un
buon posto di lavoro e questo agisce come ulteriore rinforzo della sua autonomia
e della sua capacità di vivere pienamente, senza sensi di colpa.