IL CASO CLINICO: Infortuni ricorrenti

Enzo, 25 anni, ha la passione per il calcio. Sin da bambino sognava di diventare un famoso attaccante, e per rincorrere questo suo sogno ha addirittura sacrificato gli studi (con grande disappunto dei suoi genitori) e si è dedicato alla carriera di calciatore professionista. Purtroppo, non ha mai "sfondato" veramente. Gioca in una squadra di terza serie e, data la sua età (non più giovanissima per un atleta), ha ormai poche speranze di fare il "grande salto".

Da un po' di tempo a questa parte, a Enzo capita un incidente dietro l'altro: prima un trauma in seguito a uno scontro con un avversario in gara; poi, quando sta per riprendersi, uno strappo muscolare in allenamento; a pochi giorni dal rientro in gara, il classico "colpo di frusta" in seguito a un tamponamento con la macchina. L'allenatore di Enzo, comprensibilmente irritato per la continua indisponibilità del giocatore, lo invita a parlare con un suo amico specializzato in psicologia dello sport. Enzo, contro voglia, lo accontenta.

Parlare con lo psicologo dei suoi ripetuti incidenti è, secondo Enzo, perfettamente inutile. Cosa può farci? E' ovvio che si tratta di un periodo particolarmente sfortunato. "Certo, non è colpa mia" dice il calciatore. "Mica mi diverto a farmi male, e a stare settimane intere lontano dall'unica attività che mi riempie la vita". Lo specialista gli crede, ma nello stesso tempo gli parla di studi e ricerche sull'inconscia tendenza degli atleti a incorrere in incidenti di gioco. Un fenomeno denominato, dagli psicologi anglosassoni, "accident proneness". Forse, è proprio ciò che accade a Enzo.

Attraverso una serie di colloqui, Enzo ricostruisce la sua situazione emotiva. Si rende conto che per lui l'infortunio ed il conseguente forzato allontanamento dal campo di gara, non è altro che una forma di aggressività retroflessa, cioè rivolta a se stesso. Per quale motivo Enzo si vuole punire? "Forse, per avere sprecato l'occasione della mia vita. So che, a questo punto, resterò un mediocre calciatore, e non tollero di aver fallito". Un livello di aspettative troppo elevato determina, quindi, un comportamento di tipo autolesionistico. Ma è solo questo? Lo psicologo non ne è convinto.

Enzo ha ancora l'opportunità, forse per l'ultima volta, di mostrare il proprio valore. La stagione in corso è decisiva sa che la società per cui gioca ripone molte speranze in lui. "In realtà, ho paura", ammette Enzo. "So che stavolta non posso sbagliare, e la responsabilità mi fa stare male. Più ci penso, più sento che infortunarmi è un modo per sfuggire allo stress di dover finalmente dimostrare quanto valgo". Questa consapevolezza gli servirà per incanalare la sua energia e la sua aggressività per misurarsi con gli avversari e non con l'angoscia di fallire.